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Libri e riviste

a cura di Luigi Filipetto
luigi.filipetto@tin.it
 
INDICE
Lo Zen e l’arte del giardino.


Ma si può anche pragmaticamente riconoscere che nel nostro mondo, con il nostro bagaglio culturale e la nostra vita sottoposta a tante occasioni di stress, lo zen appare soprattutto una utopia: nel qual caso nulla ci impedirà di darne la nostra personale interpretazione, accogliendo dello zen ciò che ci sembra più coerente con noi stessi e più adatto alle nostre necessità. Alcuni buoni obiettivi di uno zen personalizzato sono, per esempio, la ricerca di spazi di vita in cui ritrovare il contatto con noi stessi, o la riscoperta di quanto sia gratificante compiere atti apparentemente gratuiti, o di come sia piacevole provare a “svuotare la mente” anche senza l’ambizione di riuscirci davvero. 
Per raggiungere questi obiettivi, realizzare un piccolo giardino zen è un espediente valido quanto meditare su un koan o imparare il judo.

Un buon punto di partenza per realizzare un piccolo giardino zen può essere la seguente storia, anch’essa zen: “Perché il Buddha arrivò dall’ovest?”, chiese un giorno un discepolo al maestro. Questi accennò con il capo a un palo, piantato proprio davanti alla porta: “Guarda quel palo”, disse al discepolo. Il discepolo obbedì, ma dopo un poco esclamò, perplesso: “Non capisco”. “Nemmeno io”, concluse il maestro.
In verità non si tratta di una storia, ma di un koan, un espediente usato dalla tradizione zen per perseguire quella comprensione profonda che va oltre le capacità dell’intelletto.
I koan sono usati dai maestri zen per aiutare i discepoli a scomporre gli schemi di pensiero logico-razionali e fanno parte di un vasto “arcipelago zen” in cui figurano aspetti didattici, artistici, sportivi e quotidiani. Le arti marziali, la pratica della meditazione, la cerimonia del tè, gli haiku, la pittura, la scultura accolgono i principi zen e a loro volta sono “vie” per praticarlo.
Accostarsi a un giardino zen dovrebbe perciò avere lo stesso senso di un koan, di un haiku o di un dipinto: superare i limiti della mente per raggiungere una verità più profonda. E poco importa se il giardino è il più famoso di tutti, quello del Ryoanji a Kyoto, che contempliamo da turisti, om quello piccolissimo che potremo realizzare da soli, il principio è lo stesso. Anzi, il principio è non avere principi.
Lo zen infatti non è una filosofia, né una religione, né una teoria. Non è insomma qualcosa di puramente intellettuale, che si possa arrivare a comprendere con il ragionamento: si può definire invece con la parola “esperienza”, comprendendo in essa la strada per arrivarci. E la strada, come si dice anche da noi, è già il viaggio.
Se lo zen sembra difficile da capire è solo perché, in effetti, non è da capire. È difficile perfino parlarne, perché tradotti in parole molti dei suoi termini entrano in contraddizione, e il superamento della contraddizione è esattamente ciò che si può definire “zen”. Si possono usare molte frasi per illustrare questo concetto e ognuno potrà scegliere quella che ha per lui una risonanza più immediata: ricerca dell’armonia, superamento della dualità, annullamento della contrapposizione tra soggettivo e oggettivo, realizzazione dell’equilibrio, ricerca della totalità dell’essere.

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